Perché lo psicologo usa il lettino

L’immaginario collettivo vuole che lo psicologo usi il lettino per le proprie sedute con i suoi pazienti. Centinaia di film, illustrazioni e fotografie ritraggono il lettino dello psicologo come il luogo dove il paziente svisceri i propri pensieri e stati d’animo. Ma perché lo psicologo usa il lettino? È inoltre vero che lo psicologo usi il lettino SEMPRE?

Abbiamo rivolto queste domande al Dott. Damiano Colamonico, psicologo a Torino e Chieri per scoprire il perché del lettino all’interno degli studi da psicologo, che utilizzo ne viene fatto, se ha un ruolo ben definito all’interno delle sedute psicoterapeutiche e perché nell’immaginario collettivo lo psicologo usi il lettino per le proprie terapie.

Origini del lettino da psicologo

Partiamo dalle origini del lettino da psicologo, quando viene utilizzato per la prima volta e perché? Effettivamente è molto frequente trovare negli studi di psicoanalisti, psicoterapeuti e psicologi il lettino dove il paziente ha la libertà di adagiarsi per raccontare i propri problemi e pensieri. Questo oggetto di arredamento compare per la prima volta durante le sedute di Sigmund Freud, il padre della psicoanalisi moderna.

Il lettino da psicologo inizialmente veniva utilizzato da Freud per le sue terapie ipnotiche. In questa maniera poteva far adagiare i propri pazienti in una posizione comoda e iniziare così il processo di ipnosi grazie al quale svolgeva le proprie terapie. Successivamente il lettino – o divano da psicologo – venne adottato dallo stesso Freud per stimolare i propri pazienti a “lasciarsi andare” nel racconto delle proprie emozioni, dei pensieri e dei problemi che vivevano nella loro quotidianità o che annidavano nel loro passato e inconscio.

Grazie alla posizione supina e con l’aiuto degli occhi chiusi, Freud, riusciva a mettere a maggiore agio i propri pazienti rendendoli più liberi di esporre i propri pensieri.

Lettino da psicologo e sguardo

Se però si vuole capire perché lo psicologo usi il lettino bisogna fare un’ulteriore considerazione su quella che è la dislocazione all’interno della stanza del lettino – su cui vi è adagiato il paziente – e lo psicologo stesso.

Avrete fatto caso infatti che lo psicologo che usa il lettino all’interno delle proprie sedute terapeutiche, si posiziona alle spalle del paziente stesso. Questo per un semplice motivo: viene eliminato lo sguardo tra paziente e psicoanalista.

Questa componente, ci spiega il Dott. Damiano Colamonico, non è affatto da sottovalutare. Lo dimostrano gli studi e le teorie di Jacques Lacan, noto psicoanalista e psichiatra francese morto alla fine del 900, che affermano quanto lo sguardo possa intaccare e compromettere il lavoro analitico del simbolico, ossia tutto ciò che è concerne al mondo della parola e del significante.

Lo sguardo del paziente nei confronti del terapista può infatti disturbarne il lavoro e “interrompere” il racconto dei propri pensieri, vanificando gran parte della terapia. È questo il principale perché lo psicologo usa il lettino e vi ci si posizioni alle spalle.

Perché lo psicologo usa il lettino e perché no

Abbiamo infine chiesto al Dott. Colamonico, psicologo a Torino e Chieri, cosa ne pensasse dell’ultimo del lettino negli studi da psicologo e se lui ne facesse uso.

Innanzitutto il Dott. Colamonico ci ha spiegato come l’utilizzo o meno del lettino appartenga solo ad alcuni momenti e fasi della terapia. Non viene mai utilizzato nei colloqui preliminari tra psicologo e paziente, ad esempio, perché queste sedute sono conoscitive e il psicoterapeuta deve cogliere tutti i segnali del paziente, sguardo compreso.

È inoltre scorretto dire che lo psicologo usa il lettino, perché nella psicoanalisi moderna è il paziente che decide di utilizzare o meno il lettino dello psicologo. Il paziente è libero di trovare la posizione e il luogo più adatto a sé stesso per il libero fluire delle proprie emozioni.

Possiamo quindi possibile concludere, che se nelle sedute di Freud il lettino fosse un elemento cruciale della terapia, un vero e proprio strumento, ad oggi è più un complemento che il paziente è libero di usare per agevolare la comunicazione tra terapeuta e paziente.

 

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